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13-Nov-2018 Aggiornato alle 19:21 +0100

Montedidio, la Napoli ribelle e silenziosa di Erri De Luca

“’A iurnata è ‘ nu muorzo” è la constatazione con cui Erri De Luca dà avvio alla vicenda, avente per protagonista un tredicenne che, strappato dalla scuola, si ritrova a dovere imparare velocemente il lavoro, l’italiano e l’ammore, quello con la doppia emme. Un’impresa di per sé già difficile che si realizza in un quartiere, specchio della Napoli del dopoguerra, pieno di contraddizioni. Povera, superstiziosa, anomala quanto affascinante è, infatti, l’immagine di Montedidio, un rilievo di tufo abitato da millenni, stratificato a ossa e ceneri vulcaniche, un luogo dove l’adolescente scrive su un rotolo la breve stagione che lo condurrà all’età adulta. Una stagione in cui la scuola è già un lontano ricordo, l’italiano è la lingua quieta che sta nei libri e la vita pare non prendere mai una piega. Confuso, stupefatto, impaurito, il protagonista si affaccia alla realtà, accompagnato dai discorsi con il capo e con l’amico Rafaniello invaghito della strana magia di Napoli, dagli sguardi e dai silenzi con il padre, dalle carezze e dai baci di Maria. Forse building romance o diario adolescenziale, il romanzo di Erri De Luca, tra proverbi, aneddoti e tradizioni, si configura quasi come poesia dapprima in napoletano (la lingua dello sputo in bocca) e poi in italiano (la lingua senza saliva) che come un bell’abito ricopre il corpo nudo del dialetto. Così fra il rumore degli attrezzi da lavoro e dei sanpietrini consumati, fra gli odori di minestre fumanti e pizze casarecce, nel quartiere di Montedidio, le storie della gente non corrono su binari paralleli. Gli odi, i rancori, la fede e gli amori, dunque, si intrecciano e si rincorrono, volando verso il basso e qualche volta verso l’alto, come l’intoccabile “bumeràn”, che il giovane lancerà nella notte di capodanno, ormai forte, sicuro di sé, maturo, in perfetto equilibrio sulla soglia di un futuro migliore.