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19-Oct-2018 Aggiornato alle 9:07 +0200

Eduardo de Filippo, un osservatore attentissimo, un dito che punta, forse un veggente.

Sono passati all’incirca trent’anni dalla scomparsa del commediografo napoletano Eduardo De Filippo (1900-1984), ma l’eco della sua attività teatrale e politica risuona e descrive una realtà poco diversa dalla nostra.

Osservatore attentissimo di una Napoli stravolta dalla guerra, con estrema sottigliezza fa di essa lo sfondo delle sue opere, mettendone in evidenza sia l’aspetto folcloristico che i malesseri più profondi.

È, infatti, la sua “Napoli Milionaria!” (1945) a narrare la degenerazione di una città che, in quegli anni, è metafora di tutto il mondo. Pertanto, nei suoi stessi personaggi, non eroi, ma uomini comuni, potevano rispecchiarsi coloro che avvertivano lo sgomento dinanzi alla disgregazione della famiglia, al conflitto fra individuo e società, alla precarietà del vivere.

“Adda passà a’ nuttata” dichiara Gennaro Iovine nella battuta finale di “Napoli Milionaria!” ed in ciò è racchiuso il grido pacato, ma incisivo di un uomo che ripone fiducia in una rinascita, la quale avverrà metaforicamente in una notte.

Una notte tanto lunga, fatta di nemici da combattere, di disordine, corruzione e disonestà che nel 1982 Eduardo, in Senato, sostiene di vivere ancora in una società che, come una barca, “fa acqua da tutte le parti”.

Non le risparmia così un diretto attacco, ritenendola responsabile della perdita di quei giovani di Nisida i quali, protagonisti di lunghi processi, “divengono la manovalanza dei criminali adulti e si ritrovano nuovamente in mezzo ad una strada”.

Circostanze affini, purtroppo, sono quelle in cui ci troviamo, costantemente afflitti dalla crisi, dalla frattura tra governanti e governati ed è forse questo il segreto del successo di De Filippo: la capacità di osservare, raccontare il passato, il presente, probabilmente anche il futuro, “puntando il dito” ed invitando noi tutti a reagire.