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22-Oct-2018 Aggiornato alle 14:43 +0200

Per non dimenticare: 70 anni l'eccidio di Sant'Anna

12 agosto 1944 – 12 agosto 2014. Sono trascorsi settant’anni dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, piccola cittadina in provincia di Lucca e il nostro compito è quello di non dimenticare.

Il paese, in quel momento, durante la seconda guerra mondiale era contrassegnato come “zona bianca” ovvero zona in cui accogliere sfollati, gente fuggita in cerca di riparo, dai luoghi ove il conflitto imperversava.

Proprio per questo motivo la popolazione, da un nucleo originario di qualche centinaia di persone, accrebbe il proprio numero di abitanti in circa 1500. La gente si sentiva tranquilla a Sant’Anna e aspettava la fine della guerra.

Quella mattina, di quel giorno, alcuni reparti di SS raggiunsero il paese catturando nel loro tragitto anche altre persone di altri borghi, situati più a valle. Quando la notizia giunse in città, si pensò ad un rastrellamento di braccia valide da mandare al fronte o in Germania nei campi di lavoro, pertanto molti uomini fuggirono nascondendosi nei boschi.

La missione delle SS tedesche guidati da alcuni collaborazionisti italiani del luogo, però non era quella. Intorno alle sette del mattino il paese risultava circondato. Le case vennero invase e gli abitanti portati via con la forza, si trattava, nella stragrande maggioranza di donne, anziani e bambini. Circa centoquaranta persone vennero ammassate nella piazza del paese e falciati dal fuoco delle mitragliatrici.

I loro corpi venero poi ricoperti dai banchi della vicina chiesa e incendiati coi lanciafiamme. Due sacerdoti: Don Fiore Menguzzo e Don Innocenzo Lazzeri, tentarono di convincere gli assassini ad evitare quell’inutile strage o a risparmiare perlomeno i bambini, ma le loro preghiere caddero nel vuoto e anche loro furono passati per le armi.

Intanto in altre case, le persone venivano radunate nelle cucine o nelle stalle e fucilate, dopodiché tutto veniva ricoperto dalle fiamme. Circa a mezzogiorno quasi tutte le case erano state distrutte.

Le vittime furono complessivamente circa cinquecentosessanta. Tra loro tanti bambini, molti non raggiungevano i dieci anni di età. La più piccina, Anna Pardini, aveva solo venti giorni. Dopo la guerra, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, così come tanti crimini commessi dai nazi fascisti non vennero perseguiti così come ci si aspetta che uno Stato debba perseguirli.

Le vicende rientrano anche in quello che è stato definito “armadio della vergogna”. Solo nel 2007 i tribunali italiani hanno condannato, in via definitiva, alcuni degli ufficiali che ordinarono l’immane crimine.

Grazie alla Legge 381/2000 sui luoghi della tragedia è stato istituito il “Parco nazionale della pace” con l’obiettivo di mantenere viva la memoria storica ed educare le nuove generazioni ai valori della pace, della giustizia, della collaborazione e del rispetto fra i popoli e gli individui. Ricade quest’anno anche il centenario dello scoppio di un’altra immensa sciagura per l’essere umano: la prima guerra mondiale.

Credo sia doveroso, nonostante l’apatia sociale e storica in cui siamo naufragati, o forse proprio per sollevarsi da questa squallida palude in cui viviamo come smemorati ippopotami, ricordare con onore e rispetto, le centinaia di migliaia di ragazzi vittime di quel conflitto per mai dimenticare di quanti orrori siano madri tutte le guerre.

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Mugnano, il nuovo dispositivo di traffico in Via Napoli non convince

Il nuovo dispositivo di traffico in vigore a Mugnano di Napoli che impegna la zona di Via Napoli e quella del quartiere cosiddetto “Mugnano 2000”, lascia l’amaro in bocca un po’ a tutti, infatti: gli esercenti ne denunciano le falle perché a sentir loro danneggia il commercio cittadino, gli automobilisti proprio non riescono a comprendere il motivo dell’intricato percorso che sono costretti a seguire e molti cittadini si chiedono quanto sia costato elaborare ed eseguire un siffatto progetto.

Gli unici veramente contenti, sono gli incivili, che essendosi accorti della possibilità, ora parcheggiano beatamente incontrollati (come al solito) le proprie auto in doppia file nella zona di Via Napoli.

Nella stessa zona, in Viale Menna, tempo addietro, si decise anche di costruire degli eleganti marciapiedi, togliendo la possibilità ad un grosso numero di vetture che beneficiavano dello spazio per accompagnare i propri pargoli nell’adiacente scuola ed i residenti per sostare, i propri veicoli quando giungevano nelle proprie dimore.

L’alternativa doveva essere il parcheggio realizzato ad alcune centinaia di metri di distanza, ma che pochi lo usano, forse per l’elevata distanza, forse perché troppo isolato e sempre incustodito.

Il risultato sono gli ingorghi e gli atteggiamenti barbari che i residenti di quella strada oggi sono costretti a vivere. Probabilmente il bisogno di mostrare cambiamenti spinge a decisioni che si rivelano inadeguate per il benessere della città, a volte sarebbe meglio riflettere di più ed agire di meno.

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L'ipocrisia, la peculiarità più odiosa degli esseri umani

L’ipocrisia è una delle peculiarità più odiose dell’essere umano. Noi italiani probabilmente ne siamo tra i portatori più indiscutibili. I pubblici, i privati amministratori ed i funzionari di ogni grado a cui spetta il compito di sapere e provvedere, prima che accadano sciagure e che a disastro avvenuto si struggono e si commuovono somigliano ad avvoltoi travestiti da pagliacci.

Compaiono con la loro goffa maschera e tentano di spiegare, di giustificare ciò che non ammette spiegazioni e giustificazioni. La morte del giovane Salvatore Giordano ucciso dalla caduta di una porzione della galleria Umberto di Napoli, ha certamente dei colpevoli e quei colpevoli sono quei funzionari e quegli amministratori, a cui spetta il compito di sapere le condizioni in cui versano gli edifici ed in special modo gli edifici di interesse pubblico di questo Stato.

La macchina burocratica in cui si è impantanata la Nazione italiana costruita su Leggi e provvedimenti stratificatosi in centinaia di anni è al collasso. Nei decenni, nei vari ambiti, si sono moltiplicati gli organismi e le competenze pubbliche: Europa, Stato, Regione, Provincia, Comune, Soprintendenza, Asl, Enti di bonifica, Commissari e Super Commissari a cui si affiancano e si intrecciano le competenze dei privati.

Il risultato è l’accumulo di scartoffie negli uffici e le tragedie per strada. Alimentate quest’ultime, certamente dall’imperizia, dalle connivenze malavitose, dagli interessi e dall’inerzia di una parte dei funzionari. Gli scenari possono essere diversi, possono o meno provocare vittime, ma la matrice è sempre unica. Avvelenamento dei terreni, causato dallo scarico abnorme di rifiuti tossici provenienti da zone distanti centinaia di chilometri.

Alluvione di Sarno e Quindici. Crolli e cedimenti dell’antica Pompei e deterioramento del patrimonio storico e monumentale. Inquinamento continuo dei fiumi e del mare. Abbandono al degrado di periferie e di intere città come Castel Volturno ove ormai lo scontro tra italiani ed immigrati sembra questione di giorni.

Condizione vergognosa in cui versa la gran parte della rete viaria di Napoli e provincia che miete morti costantemente. Quest’elenco certamente incompleto, occorre a rinfrescare la mente di chi ha assunto l’onere di sapere e provvedere, ma sembra avere la memoria corta e dimentica con troppa facilità, quali sono le tragedie e le difficoltà a cui ogni persona onesta è chiamata a far conto quotidianamente.

Perché le conseguenze di questi disastri ci perseguitano ogni giorno e ci sfiancano nel corpo e nell’anima. Questa Nazione in più di cento anni, non ha fatto alcun passo in avanti nella risoluzione delle nostre difficoltà.

A tale dimostrazione riporto infine, in segno di impressionante attualità, un brano de “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao del 1884: “Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli.

Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel governo, certamente le descrinzioncelle colorite dei cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare gluco, del cielo di cobalto, delle signore incantevoli e dei vapori violenti del tramonto: tutta questa retorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre, tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie.

Ma il Governo doveva sapere l’altra parte; il governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanto ammoniti siano i loro amanti di cuore; quanti mendichi non possano entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormano in istrada, la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi sieno; quanto renda il dazio consumo, quanto la fondiaria, per quanto s’impegni al Monte di Pietà e quanto renda il lotto.

Quest’altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perché siete ministro?”.

Matilde Serao, una vita per il giornalismo

Uno stile schietto e tagliente che non risparmiò dure critiche anche al fascismo

Troppo spesso si parla di giornalisti asserviti al potere. Ma come ho avuto già modo di puntualizzare diverse volte, un giornalista è un essere umano e ha le proprie opinioni, tutti sono stipendiati da "qualcuno" e ognuno vuol vendere le proprie copie. Spetta a chi legge dotarsi di vasti orizzonti al fine di non diventare miope. Il giornalista super partes, a mio parere, non esiste. Così come non  esiste tra gli esseri umani il detentore della la verità assoluta. Chi critica, senza distinguo i giornali nazionali è affetto da superficialità infantile. Chi crea una lista di giornalisti "cattivi" è affetto da megalomania dittatoriale. In questo secondo appuntamento è proprio di una giornalista che mi appresto a parlarvi: Matilde Serao. Fondatrice assieme al marito Edoardo Scarfoglio de "Il Mattino". Il suo amore per il giornalismo non conobbe mai pause.  Il suo linguaggio schietto e la personalità estroversa ne fanno una delle scrittrici italiane più brillanti della seconda metà dell’ottocento.

Invisa dal fascismo al quale non risparmiò forti critiche, soprattutto all’ideologia nazionalistica ebbe sempre il coraggio delle proprie idee. Autrice di molte opere letterarie tra cui: "Il paese di cuccagna", "Cuore infermo" e "le virtù di Checchina". Lo scritto di questa donna attenta conoscitrice del popolo napoletano, che mi ha vivamente colpito è “Il ventre di Napoli”. Un libro che si riesce a leggere tutto d’un fiato. Uno squarcio cinematografico e realistico della condizione del popolo napoletano, durante il risanamento avviato dal governo italiano in seguito all’ennesima epidemia di colera nel 1884. Matilde Serao ci racconta le condizioni miserevoli del sottoproletariato. La funesta vita vissuta nei fondaci. L’inconsistenza e l’ignorante arroganza con la quale il problema, venne affrontato dalla classe dirigente.

L’illusione a cui si legava il popolo nel tentativo di sfuggire ad una realtà compassionevole, ovvero il gioco del lotto. Matilde Serao è stata un esempio del giornalismo applicato alla realtà del vivere quotidiano, grazie al quale vengono posti in risalto le difficoltà della gente comune prescindendo dalle fosche visioni del potere. 

La provincia di Napoli sull'orlo della distruzione

Occorre dunque porre un freno all’idiozia umana. La Campania ed in particolar modo le Province di Napoli e Caserta negli ultimi 150 anni hanno subito scelte politiche ed amministrative che le hanno portato sull’orlo della distruzione. Probabilmente il sistema economico ai tempi “dell’unità” non era tra i più avanzati d’Italia ma le sciocchezze che sono piovute da Torino prima e da Roma poi passando per Firenze, le hanno trascinate nell’oblio più oscuro.  Se è comprensibile non riuscire a risolvere problemi sociali ed economici di una determinata regione in pochi anni, è abominevole non riuscirvi in più di un secolo e mezzo. Potenzialmente le risorse c’erano ed in parte sopravvivono ancora oggi e principalmente sono tre ovvero il mare, la terra ed il patrimonio storico - archeologico. Il litorale marittimo che va da Napoli sino al Lazio dovrebbe essere fonte di vanto e guadagno, invece nella maggior parte dei casi è il regno dell’incuria dell’inerzia e dell’abbandono, mentre il pantano dell’alto adriatico è adulato come meta di alto turismo. Le risorse archeologiche come Pompei o l’area flegrea si lasciano ridurre in rottami. A fronte di un patrimonio culturale immensamente maggiore di molte altre Nazioni non riusciamo a trarne, in proporzione, pressoché alcun profitto. Migliaia di ettari di terreno tra i più fertili d’Italia della zona del giuglianese e del nolano anziché essere destinati all’agricoltura per colture D.O.P. sono stati adibiti a pattumiere e discariche. Sono stati trasformati in dispensatori di veleno. Avvoltoi in giacca e cravatta hanno permesso alla malavita di nascere, crescere e pascere col loro abile tornaconto. Nell’incapacità di riuscire a dare un decente assetto urbanistico ai Comuni sono stati commessi errori colossali. Un incalcolabile quantitativo di denaro pubblico, ad esempio, è stato bruciato per costruire mostruosità come le “vele” di Scampia per poi accorgersi, improvvisamente, dell’errore e spendere altri soldi per demolirle ed altri soldi ancora per costruire altri fabbricati adatti a raccogliere la popolazione. Grovigli burocratici inesplicabili bloccano le valide idee di imprenditori che sono costretti a volgere altrove i loro capitali. Tutto ciò è indegno dell’essere umano: perpetrare nell’errare è l’antitesi dell’intelligenza. Non esistono né scusanti né attenuanti (il tornaconto di danaro è tutt’al più un aggravante). Non si è neppure riuscito a ridurre in civiltà una frangia di primati, che ancora non capisce l’obbligatorietà del casco quando si utilizzano i motocicli. Che sono pronti ad atti di cannibalismo per questioni di viabilità. Che vomitano rifiuti in ogni luogo, che hanno della Legge e del vivere in collettività una concezione ottusa. Certamente sorretti dall’immoralità delle alte sfere. Il fallimento è totale. Ammetto che è persino miserevole ritrattare tematiche che posseggono le loro radici in tempi così lontani, ma purtroppo da allora nulla o quasi è mutato in meglio e pertanto le dita vanno rivoltate nella piaga. Chi gestisce da troppo tempo la pubblica amministrazione dovrebbe avere l’umiltà intellettuale di ammettere di non aver capacità nel risolvere le problematiche e dovrebbe dimettersi. Certamente non basta essere un cittadino onesto per essere un ottimo funzionario. Non è quindi una questione di partito politico o di movimento, perché ormai è sotto gli occhi di tutti che le ideologie partitiche sono morte e non è il colore di una bandiera a fare di una gallina un aquila. Non è nemmeno una questione di anagrafe. Non abbiamo più tempo da perdere in assurdi giochi di potere ed insulsi personalismi ventennali. Unicamente è una questione di onestà morale e di specifica preparazione culturale e pragmatica. Sono queste le persone di cui la nostra terra avrebbe bisogno e, purtroppo, sembra che siano proprio queste a venir meno, non perché non ce ne siano, ma perché ridotti nella disillusione da lupi famelici con in testa solo un grosso registratore di cassa. Occorre trovare la forza di reagire, di rimettersi in gioco, perché a questi anni, forse, appartengono gli ultimi barlumi della speranza di redenzione della nostra Patria, prima che non ne resti che il ricordo. 
Picascia Aniello        

Associazioni e cittadini in Villa comunale a Qualiano contro l'inceneritore

 

La villa comunale di Qualiano ha ospitato il 13 agosto l’assemblea di iscritti a diverse associazioni e cittadini radunati, allo scopo di opporsi e confrontarsi sull’annoso problema dell’intenzione di costruire a Giugliano in Campania un inceneritore di rifiuti.

Diverse personalità hanno dato il loro contributo, esponendo la loro visione della questione e informando i presenti, sulle conseguenze rovinose che la costruzione di un simile stabilimento, comporterebbe per il territorio e per la salute dell’intera popolazione.

Evidenziando quanto sia già precaria la situazione ambientale di questi luoghi a causa delle numerosissime discariche e sottolineando inoltre l’importanza di una approfondita conoscenza della materia. Successivamente i partecipanti, scortati dalle forze dell’ordine, si sono mossi in corteo, per le strade della città.  

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Lago Patria, incontro di cittadini e associazioni per protestare contro l'inceneritore

L'assemblea ha dato vita anche ad un corteo spontaneo che ha raggiunto l'incrocio con Via Domitiana

Il 10 agosto dinanzi ai resti dell’antica città di Liternum, in località Lago Patria, si sono dati appuntamento cittadini e rappresentanti di diverse associazioni tra le quali: L’E.C.O. della fascia costiera, Presidio permanente Taverna del re, Coordinamento terra dei fuochi e W.W.F., allo scopo di dar vita, alla protesta verso l’ennesima e probabilmente più disastrosa scelta amministrativa degli ultimi tempi, ovvero la costruzione del termovalorizzatore di Giugliano in Campania.

L’assemblea ha dato vita ad un corteo spontaneo che muovendosi dal punto d’incontro e bloccando in alcuni frangenti il traffico veicolare, ha raggiunto Via lago patria sino a raggiungere l’incrocio con Via Domitiana.

Diversi rappresentanti delle associazioni hanno fatto sentire la loro voce e tutti hanno sottolineato gli effetti devastanti che avrebbe l’impianto di incenerimento dei rifiuti nei confronti del territorio, dell’economia e sulla salute della popolazione.

La presidente de “l’E.C.O. della fascia costiera”, Luisa de Cicco, ha richiamato l’attenzione su quanto previsto dalla Legge 87/2007 ed a quanto dichiarato dai diversi rappresentanti politici, i quali, quasi all’unanimità e di ogni compagine, si sono detti contrari all’edificazione del termovalorizzatore e quindi aspettandosi provvedimenti concreti a tal fine.

In serata l’assemblea si è sciolta dandosi appuntamento a lunedì 13 agosto alle ore 10 e 30 presso la sede comunale di Giugliano e successivamente a martedì 14 agosto alle ore 20 nella villa comunale di Qualiano. Avvenimenti volti a tenere sempre accesa la protesta ed il dissenso di cittadini ormai esasperati dalla rovina della terra in cui sono nati e dove vivono.

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Qualiano, via Palumbo lasciata all'incuria e all'abbandono

Entrando in Via avvocato Antonio Palumbo (non Via Aniello Palumbo, come giustamente mi è stato fatto notare) dipartendosi dalla circumvallazione esterna, l’anima dell’onesto viandante non può non essere assalita da sconvolgente ribrezzo.

I cumuli contorti di rifiuti di ogni genere, sostano lungo il bordo stradale come mausolei eretti all’infamia umana. Agglomerati di massa vivente, abbandonano in questi luoghi ciò che il loro istinto giudica superfluo alla loro sopravvivenza.

Asini travestiti da sciacalli sprezzanti e gelidi bivaccano indisturbati, tra le incerte recinzioni dei campi coltivati che delineano la strada. Quelli che dovrebbero essere dei marciapiedi sono stati nel tempo divorati dalla vegetazione. La negligenza è totale e completa.

Chi ha contribuito e chi non riesce a risolvere lo stato vergognoso, in cui versa questa parte della città è un traditore della patria.

In questa strada, cui anche alcune pagine web non hanno ben chiara la toponomastica regna l’abbandono. Troppi luoghi a Qualiano giacciono nell’incuria generale. Le tante promesse di redenzione devono improrogabilmente tramutarsi in fatti, poiché il tempo di assegnare ad altri le proprie responsabilità è scaduto.

Non c’è più acqua per lavare le mani del Ponzio Pilato di turno, l’ultima sorgente è stata chiusa causa continuato e reiterato inquinamento. Chi riveste le funzioni dello Stato ha l’obbligo morale e civico di rendere perlomeno mansuete le belve che inquinano e soprattutto di bonificare e tutelare il nostro territorio riportandolo alla vita.

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"La ricerca della felicità" non è il nuovo modello di cellulare

Esseri umani tramutati in un’ammucchiata belante di pecore in disordinata corsa bufalina davanti le porte del centro commerciale. E’ questa la scena raccapricciante che si sono trovati di fronte le forze dell’ordine, accorse prontamente nel tentativo di arginare la calca. Cosa ha scatenato tanta furia? La distribuzione di viveri? Si assegnavano posti di lavoro? La presenza del Messia? Nulla di tutto questo. Non siamo coinvolti in guerre o carestie, il lavoro non era l’obiettivo dagli individui presenti e il messia, cui tutti volevano si chiamava iphone - sony - samsung o simili “divinità”.

Possibile che tante persone rischiano ceffoni e calci per un pezzo di latta che presto sarà passato di moda? Possibile che siano disponibili a cominciare la fila alle prime luci del sole? Si! Non solo è possibile, ma è ciò che è accaduto. Perché? Negli ultimi decenni ci sono stati offerti modelli di vita che non hanno nulla a che fare con i bisogni essenziali dell’essere umano. Lentamente ma inesorabilmente i valori morali ed etici sono stati sostituiti con i valori monetari. L’importante non è essere ma è apparire e non è retorica è solo la verità di molti.

Episodi come quello che si è verificato in circostanza dell’apertura del punto vendita, nei pressi dell’auchan di Giugliano accadono in ogni dove, ma ciò non li giustifica. In ogni tempo l’umanità ha contribuito molto alla sua distruzione, ma la violenza scatenata per l’accaparramento di elettrodomestici lascia senza parole. Ognuno di noi ha il dovere di ritrovare in se stesso ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi. Dobbiamo convincerci che in questo Mondo, non esiste nessun divulgatore della verità assoluta e che spesso, ciò che viene venduto come generatore di assuefazione felicitante è solo una sirena che ci spinge inesorabilmente verso il naufragio. La sete di cultura, è l’unica fonte che può dissetare le nostre menti e liberarle dagli schemi preconfezionati da chi ha tutto l’interesse di guardarci inaridire nell’ignoranza.

Qualiano, descrizione di un cittadino

Il mio paese se ne sta seduto ai piedi della collina dei camaldoli, con aria malinconica, turandosi il naso nell’inutile tentativo di non impregnarsi della “monnezza” che i suoi figli hanno seppellito tutt’intorno.

I suoi occhi diventano carichi di lacrime quando guarda il suo antico cuore del centro storico e lo vede dimenticato e cadente, fa anche fatica a riconoscerlo: non sembra più il suo. Si riscopre isolato, guarda con invidia i suoi vicini con quelle strade veloci o ferrate che gli permettono di avere l’agilità che lui non possiede, mentre stringe i pugni dalla rabbia per le tante promesse mancate.

Gli sembra l’ennesima beffa quella di averci costruito fuori dei suoi margini un enorme mercato che lo corrode nelle sue viscere.

Inorridisce al solo pensiero di diventare un enorme dormitorio notturno che si svuota come quando la mattina la casa chiassosa improvvisamente tace perché la vita soffia altrove. Eppure quando ci guarda la speranza divampa ancora nei suoi occhi, come quella di un padre quando guarda i suoi figli amati.

Ognuno di noi può fare ancora molto per lui, a cominciare dalle piccole cose che poi sono le fondamenta dei progetti più ambiziosi. Possiamo smettere di insozzarlo, evitando di gettare dove e come ci capita i nostri rifiuti. Possiamo rinvigorire le sue arterie rivolgendoci ai suoi commercianti.

Dobbiamo smetterla di girare la faccia come se ciò che accade non ci riguardi. Dobbiamo viverlo ogni giorno, capire i suoi problemi e proporre soluzioni a chi può e deve tradurle in fatti, perché ognuno di noi è stato plasmato anche da questi luoghi, dimenticarlo significa dimenticare chi sono i nostri padri, significa compiere un crimine.

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