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21-Jul-2017 Aggiornato alle 18:05 +0200

Ricordando Primo Levi a trent'anni dalla morte

Ricordando Primo Levi a trent'anni dalla morte Foto: archivio

Il ricordo di un grande autore e grande intellettuale italiano a trent'anni dalla suoa scomparsa

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo. [Se questo è un uomo – Primo Levi ]

Ho una vecchia edizione dell’Einaudi che contiene “Se questo è un uomo” e “La Tregua”. Un’edizione talmente vecchia ché non sono mai riuscito ad arrivare a leggerla “La Tregua”. O perlomeno, è questa la scusa che mi sono sempre dato: il libro, già in parte usurato al tempo della mia prima lettura di “Se questo è un un uomo”, riletto poi per un esame all’università, è tenuto insieme quasi con coraggio, tra pagine staccate ed altre completamente ingiallite, ché ho paura di rovinarlo ulteriormente.

Dico che è una scusa perché, in realtà, il motivo è un altro.

Il realismo, la narrazione arida, da laboratorio, così sintetica e precisa da vivisezionarti dentro con un paio di bisturi, la storia, il dolore, tutto è un concretato di troppo.

Troppa è la sofferenza, troppa l’ansia, troppa la rabbia.

A trent’anni dalla morte di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987), però, ho voluto riaprirla con cura quella edizione. Lentamente, per non sciuparla oltremodo, con calma, sperando di trovare una frase, una citazione, un capoverso-chiave capace di sintetizzare quel troppo e di farsi portatore di un significato profondo che, ancora oggi, soprattutto oggi, è necessario tenere bene in mente.

Ed eccola lì: non ho dovuto cercare tanto, mi è praticamente saltato addosso.

Primo Levi, entrato nel campo di concentramento di Buna-Monowitz, nel 1944, fu uno dei venti sopravvissuti dei 650 ebrei italiani arrivati con lui al campo.

Quelli bravi pontificherebbero per ore su queste poche righe raccontandovi di questo e di quell’altro, di Trump e di Assad, di Salvini e la retorica lombrosiana.

Siccome però so di non essere così bravo, né mi va di rubarvi ulteriore tempo, dal blog del Napoli Book Club – che è insieme amore per i libri e presidio permanente a difesa della Memoria – mi permetto solo di consigliarvi di riprendere in mano Primo Levi, di divorare e consumare il vostro “Se questo è un uomo” ché io, quasi quasi, inizio a leggere “La Tregua”.