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21-Aug-2017 Aggiornato alle 9:20 +0200

La foresta dei sogni: il luogo perfetto

La foresta dei sogni è un film del 2015 del regista Gus Van Sant.

Si tratta di una pellicola drammatica ambientata nella foresta di Aokigahara, che vuol dire letteralmente mare di alberi.

La foresta si trova alla base nord-ovest del monte Fuji, in Giappone, ed è stata spesso definita il posto perfetto per morire.

Il silenzio assordante della foresta, inquietante piuttosto che rilassante, la quasi totale assenza di fauna, la fitta densità di alberi che isola l’area dal sole e dal vento, rendono questo posto un luogo ideale per mettere fine alla propria esistenza.

Si contano circa 100 suicidi all’anno e le autorità si sono costrette ad attuare delle piccole precauzioni, inserendo cartelli lungo l’ingresso della foresta con contenuti atti ad invogliare alla vita, ricordandone il valore unico: La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa anche a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo Prendendo spunto da quest’ambientazione estremamente angosciante, il film focalizza l’attenzione sulla vita di Arthur Brennon, professore di fisica e ricercatore scientifico, che decide di suicidarsi in seguito alla tragica morte della moglie con cui il protagonista aveva un rapporto estremamente conflittuale.

Sarà difatti il senso di colpa, le parole inespresse, i sentimenti taciuti ad opprimere l’animo inaridito di Arthur e a spingerlo a prendere tale decisione. Arthur con questo intento si reca ad Aokigahara, dove pochi istanti prima di compiere l’estremo gesto, incontra Takumi Nakamura, un uomo con i polsi incisi che ha tentato il suicidio, per poi pentirsene amaramente; Takumi invoca l’aiuto di Arthur per ritrovare la via di uscita dalla foresta.

Mettendo momentaneamente i propri intenti da parte, Arthur aiuterà Takumi, realizzando un viaggio ed una riflessione che lo porteranno a rivalutare la sua scelta.

La foresta dei sogni è un film ricco di metafore e di analogie, che alla fine della pellicola verranno analizzate e comprese in maniera delicata, sorprendendo piacevolmente lo spettatore e donando alla drammaticità del film una vena spirituale e romantica al tempo stesso.

La distinzione tra spiritualità e materialità, tra corpo e anima, viene quasi messa in dubbio: un inno alla speranza, un invito a credere che chi lascia questo mondo non fa altro che godere di un palchetto privilegiato, da cui poter vegliare sulle vite delle persone amate, senza mai abbandonarle in balia dell’irrazionalità e del dolore.